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Sì al nuovo marchio di qualità

Cibi e prodotti Made in Lazio

UN MARCHIO regionale che identifichi i prodotti "made in Lazio". Una sorta di carta d' identità che darà informazioni sulle materie prime utilizzate sulle metodologie di produzione. La giunta regionale ha approvato ieri la proposta di legge sulla tracciabilità dei prodotti, che a breve sarà votata nel consiglio regionale.

(fonte LA REPUBBLICA 28-07-09)

«Grazie alla nuova normativa - fa sapere l' assessore del Lazio all' Agricoltura Daniela Valentini - i prodotti di qualità del Lazio saranno resi identificabili da un marchio regionale i consumatori avranno tutte le informazioni sulle materie prime utilizzate, l' identità degli operatori coinvolti e sapranno se il prodotto è commercializzato allo stato fresco o se si tratta di un prodotto trasformato». Inoltre, la legge approvata ieri dalla giunta prevede aiuti alle imprese, alle associazioni di produttori e ai consorzi di tutela che adottano sistemi di certificazione di qualità e di tracciabilità aziendale e di filiera. E gli aiuti saranno dati ai progetti delle imprese che attesteranno l' assenza di Ogm nella filiera di produzione. «Il nostro intento - spiega l' assessore Valentini - è di rispondere al bisogno, sempre più sentito, della sicurezza alimentare e al tempo stesso sviluppare l' economia agricola». - (la .ma.)

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un purosangue ancora senza cavaliere

IL PECORINO

L'interessante batteria di Pecorino passata in rassegna conferma quanto osservava Paolo Volponi: “I vini marchigiani sono un po' come gli abitanti: cambiano di valle in valle, hanno un loro accento diverso, un loro umore”.
Ad un primo approccio, i Pecorino assaggiati colpiscono per la loro originalità o, per meglio dire, diversità. Bagagli odorosi non sempre omogenei e consistenze gustative che spaziano dalla freschezza più spinta alla rotondità più ammiccante sono frutto di vinificazioni ed interpretazioni assai differenti. A loro modo, esprimono perfettamente una cultura, quella picena (ma, più in generale, marchigiana), in cui la vocazione campanilistica è congenita nella popolazione, pur con travagliate ed operose eccezioni.

(fonte PHORTHOS 25 MARZO 2009)

Per certi versi ce lo aspettavamo: l'autoctono Pecorino, nella realtà dei fatti, è un vitigno antico ma giovane e solo negli ultimi anni è stato reimpiantato in maniera significativa. Pressoché abbandonato fino agli anni ottanta, periodo in cui è stato riscoperto e sottoposto alle prime sperimentazioni, per oltre un decennio è stato vinificato in purezza solo da due o tre produttori (oggi sono oltre trenta).
Fautori e patriarchi di questa rinascita sono stati uomini che, a diverso titolo, hanno avuto una grande influenza sulla viticoltura locale: Teodoro Bugari - maestro indiscusso e stimato della sommellerie italiana – che per primo intuì il potenziale espressivo de “lu pecurì”, il produttore Guido Cocci Grifoni e due tecnici, Leonardo Seghetti e Giancarlo Moretti, i primi a pubblicare studi scientifici sul vitigno.
Origini incerte, quelle del Pecorino, fluttuanti tra storia e leggenda, che lo collocano prima a Loro Piceno, in provincia di Macerata (sebbene l'areale di origine accertato siano i dintorni di Visso), poi a Grisciano, nei pressi di Arquata del Tronto, zona pedemontana di confine tra Marche e Lazio, che ben si addice(va) a viti franche di piede, oggetto di attenzione più da parte delle pecore - da cui, forse, il nome - che dei contadini. Questo vitigno, diffuso in tutta la regione prima della fillossera, nel corso del Novecento è stato gradualmente abbandonato per lasciare spazio a varietà come Trebbiano e Passerina, maggiormente produttive e rispondenti ad un valore più alimentare che edonistico. Solo di recente una pluralità di fattori ha stimolato questo rinnovato interesse, fra cui l'ambizione di avere in zona un vino bianco importante, magari da invecchiamento, e le sue origini mitiche, affascinanti nonché “spendibili” sul mercato, che hanno fatto sì che i vini a base Pecorino stiano riscuotendo un ottimo successo commerciale, favorendo un circolo virtuoso-vizioso in cui il favore di pubblico finisce per orientare a monte le scelte produttive.
Come sempre, la medaglia ha anche un altro lato, non proprio positivo: il Pecorino è attualmente un prodotto alla moda, di cui si cavalcano le doti commerciali e si parla molto, soffermandosi forse ancora troppo poco sulle reali potenzialità espressive.
La nostra degustazione ha confermato questa impressione, consegnandoci l'immagine di un vino simile a un vigoroso giovanotto poco più che ventenne, pieno di energia e belle speranze, ma con diversi dubbi che lo assillano e alla ricerca di una sua precisa identità. Ci ricorda un po' il pirandelliano Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno, centomila, confuso e turbato dalla visione che le persone che lo circondano hanno di lui. Così sotto l’unica Doc Offida Pecorino, istituita nel 2001, si celano tante interpretazioni, quasi quanti sono i produttori: acciaio, legno, mix dei due, ossidazione, riduzione e macerazione pellicolare sono campi di sperimentazione aperti e in continua evoluzione. Stesso discorso per il periodo di affinamento, che può variare dai quattro ai diciotto-ventiquattro mesi. E la denominazione è sempre la stessa.
Il quadro attuale del Pecorino è quindi interessante e articolato: alcuni dei vini assaggiati vengono da impianti molto recenti e ipotizziamo che ci vorranno alcuni anni per stabilizzare l'offerta, rendendola più leggibile e omogenea. Come in ogni zona viticola, uno stile acquisito e riconoscibile è frutto di molte vendemmie, sperimentazioni, errori grossolani, banalizzazioni e successi inattesi. Ci pare di poter dire che il Pecorino attuale è ancora acerbo, non organico nella sua espressività e anonimo in alcune interpretazioni, ma ha personalità da vendere e talenti peculiari da valorizzare.
Gli assaggi hanno confermato la stoffa da vitigno “rosso vestito di bianco”, ricco di struttura e corpo, al contempo capace di accumulare zuccheri-alcol ma ben sostenuto da una spalla acida che ne definisce la fisionomia. Non dotato di un grande bagaglio odorigeno (gli aromi identificati dagli studi analitici sono quasi esclusivamente di origine fermentativa, ad esclusione di alcuni terpeni liberi; in pratica, dispone di aromi genetici non specifici, che quindi dipendono solo dal terroir), è tuttavia un vitigno di notevole spessore e proprio per questo si presta bene a letture differenti, atte a privilegiarne ora un aspetto, ora l'altro.
Allo stato attuale, solo poche versioni tra quelle in commercio sono figlie di una progettualità radicata che abbia alle spalle un vissuto di rilievo. Molti produttori stanno ancora cercando la propria identità stilistica, plasmando gradualmente i vari step produttivi in base al proprio gusto e alla conoscenza che vanno facendo del vitigno.
La “confusione”attuale è quindi conseguenza di un ardore giovanile, piuttosto che frutto di scelte maturate con dovizia di argomentazioni, e sconta l'assenza di punti di riferimento, produttori e non solo, che si siano impegnati a guidare la crescita qualitativa di questa varietà. Anche la recente e attesa zonazione della Doc Offida, effettuata, tra gli altri, dall'equipe del prof. Attilio Scienza in collaborazione con la Coop. Agricola Vinea e col sostegno di alcuni produttori, al dì là di qualche suggerimento sulla vinificazione, non ha, di fatto, aiutato le aziende ad interpretare il vitigno.
In conclusione, crediamo che il futuro del Pecorino del Piceno, al di là delle sterili scaramucce coi cugini d'Abruzzo o delle questioni riguardanti la denominazione, sia nelle capacità, nelle coscienze, nella lungimiranza e nel coraggio dei produttori, talvolta molto giovani, che hanno investito nelle sue potenzialità con la non velata ambizione di farne un bianco importante nel panorama vinicolo nazionale.

 

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